Eucologia: echi biblici a distanza

Non è necessario essere specialisti né eruditi, è sufficiente un poco di attenzione e di sensi allenati per poter cogliere il mirabile intreccio di cui è composta la liturgia, nei suoi testi e nei suoi contesti.

Due domeniche fa (XIX dom. del tempo ordinario) il testo del Vangelo riportava, fra l’altro, una frase del Signore Gesù facile da ricordare: «Dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore» (Lc 12,34). A distanza di 15 giorni, la liturgia ce ne ripropone l’eco, trasformato in preghiera: «fra le vicende del mondo là siano fissi i nostri cuori dove è la vera gioia» (XXI domenica del tempo ordinario, Colletta). In latino i richiami sono ancora più evidenti ed espliciti:

ubi enim thesaurus vester est ibi enim et cor vestrum erit

ibi nostra fixa sint corda, ubi vera sunt gaudia

Anche il sintagma precedente della Colletta si collega in modo sorprendente al testo evangelico: quel «fra le vicende del mondo» italiano rende il latino «inter mundanas varietates», che può significare, oltre all’alternarsi delle vicissitudini dell’esistenza con il suo portato di differenti stati e condizioni, proprio la volubilità e l’instabilità; insomma un’insicurezza fluida e variabile, che trova esemplificazioni simboliche interessantissime nel testo di Luca, che ci parla di ladri che potrebbero arrivare e tarli che potrebbero consumare. Sorprende l’attualità di simili tematiche, oggi che in modo tragicamente nuovo sperimentiamo la volubilità delle ricchezze finanziarie e l’instabilità della congiuntura economica. Ancora una volta, l’accostamento fra Bibbia e Liturgia dimostra la feconda ricchezza di un metodo che valorizza l’una e l’altra e ne lascia scoprire la sorprendente vitalità e attualità!

Può la pericope evangelica “correggere” l’eucologia? Semplici note su un caso di studio (II).

Già abbiamo scritto intorno alla colletta della XVII domenica del tempo Ordinario (cf. qui e, indirettamente qui), eppure anche nello schema C del Lezionario domenicale riscontriamo il fenomeno analogo e, secondo il nostro punto di vista, curioso, che avevamo intravisto l’anno scorso: la pagina evangelica potrebbe venire in aiuto per correggere un’evidente sbavatura nella traduzione della preghiera Colletta.

O Dio, nostra forza e nostra speranza, senza di te nulla esiste di valido e di santo; effondi su di noi la tua misericordia perché, da te sorretti e guidati, usiamo saggiamente dei beni terreni nella continua ricerca dei beni eterni [Protector in te sperantium, Deus, sine quo nihil est validum, nihil sanctum multipla super nos misericordia tua, ut, rector, te duce, sic bonus transeuntibus nunc utamur, ut iam possimus inhaerere mansuris]

La parafrasi «nella continua ricerca dei beni eterni» può apparire consona ai tempi moderni, dove nulla sembra più statico e definitivo, tempi in cui il camminare, l’essere in cammino e il «fare strada» è divenuto un «tema teologico». L’inquietudine della ricerca è certamente un fattore positivo, non si discute! Ma non è questa la dimensione esistenziale che risulta dal testo originale della preghiera, inhaerere mansuris.

La lingua italiana potrebbe offrire la derivazione etimologia diretta dei lessemi inerire, inerenza, inerente, con le loro declinazioni e sinonimi, per significare appartenenza, attinenza, adesione, attaccamento. Ma c’è molto di più, e con maggior spessore teologico, nell’affermare la possibilità di essere partecipi, già da ora anche se non ancora completamente, delle realtà eterne.

La liturgia della Parola ci aiuta a ricentrare questa «continua ricerca»: non si tratta di una tensione dinamica perpetua perché sterile né affanno inconcludente perché destinato ad essere frustrato. L’esito della ricerca è assicurato: chi cerca, trova; a chi bussa, sarà aperto. Questa è la certezza della fede, al di là delle nostre debolezze e ambiguità. Una angoscia può essere santa ed un anelito benedetto, ma diventerebbero entrambi una maledizione se non avessero un fine e, finalmente, una fine. Se il destinatario della nostra preghiera è Dio, se la nostra ricerca è quarere Deum, la fatica avventurosa del domandare non sarà inane.

Lo Spirito Santo ci è già stato dato: non rimane che appropriarsi personalmente e sempre di nuovo, continuamente, è vero, di tale dono buono.

Come post scriptum possiamo aggiungere la traduzione in lingua inglese della preghiera in questione; il primo testo è la versione ICEL del 1973: God our Father and protector,
 without you nothing is holy,
 nothing has value.
 Guide us to everlasting life
 by helping us to use wisely 
the blessings you have given to the world. Nel 2011 è stata approvata la seguente versione:  O God, protector of those who hope in you, without whom nothing has firm foundation, nothing is holy, bestow in abundance your mercy upon us and grant that, with you as our ruler and guide, we may use the good things that pass in such a way as to hold fast even now to those that ever endure. Il nuovo Messale italiano sarà capace di rivedere con analoga radicalità quanto si è dimostrato del tutto impreciso? Speriamo che la ricerca e l’attesa della nuova versione non sia perenne, ma che presto possa trovare esito felice. Ma i tempi della Congregazione per il Culto non sono i tempi di Dio!

Quando poca, quando troppa. La sobrietà

Per tentare di rendere un pochino più fondato il post che poi abbiamo pubblicato sulle “misure” della misericordia (cf. qui), avevamo dato un’occhiata alle occorrenze, nella Sacra Scrittura, del termine uber, uberis. L’attenzione si era fermata su un versetto del Cantico dei Cantici (1,3): memores uberum tuorum super vinum. C’era qualcosa che non tornava! In effetti, la traduzione italiana è ben diversa: ricorderemo i tuoi amori più del vino. Incuriositi, consultiamo il famoso commento al Cantico dei Cantici di Gianfranco Ravasi, che si dimostra preciso e puntuale in una nota esplicativa:

E’ ormai famosa la resa di dodêka da parte dei LXX e della Vg. con «tuoi seni» (mastoi e ubera), dovuta probabilmente alla confusione con dad, «seno, mammella», confusione ripetuta in 1,4; 4,10 (bis) e 7,13, forse anche sa influsso di Pr 5,19 ove «amore» è in paralleli a «seno» (cf. Pr 7,18). Nel Ct «seno» è espresso col vocabolo šad (1,13…). Non è escluso anche l’influsso della rilettura allegorica: «Tu succhierai il latte dei popoli, succhierai le ricchezze dei re», si dice di Sion in Is 60,16. E in Is 66,11 si continua: «Così succhierete al suo petto e vi sazierete delle sue consolazioni, succhierete, deliziandovi, all’abbondanza del suo seno». (1)

Se questa nota si concentra sulla prima parte del versetto, risolvendo la questione della diversa traduzione, la successiva invece è più generica nell’indicare qualche titolo bibliografico sul secondo termine simbolico dell’espressione: il vino.

Confortati dall’autorità di Ravasi, supponiamo che i titoli citati in nota siano il meglio della produzione scientifica a riguardo. I lavori dell’allora Prefetto della Biblioteca Ambrosiana in effetti si contraddistinguono, fra l’altro, per l’elevato numero e la corposa sostanza di note e di bibliografia citata: un sapere enciclopedico che a ragione viene mostrato.

Tuttavia, a nostro modesto parere – limitato a questo piccolo esempio – un pochino di sobrietà non avrebbe guastato! E’ opportuno citare come monografia sul vino nella Sacra Scrittura uno studio di un proibizionista americano, il cui scopo, neanche troppo celato, è mostrare la dannosità delle bevande alcoliche e dimostrare che la Bibbia esorta all’astinenza e alla totale sobrietà (2)? Ma questo l’abbiamo scoperto solo dopo.

Fortunatamente, nel tentare di vedere se tale volume fosse stato ordinabile on line, ci siamo accorti di una versione pdf scaricabile. Così abbiamo potuto dare uno sguardo, sempre più allibiti, a questo millantato studio risolutivo sulla questione del vino nella Bibbia. Davvero originale e simpatico (simpatico, perché non ci è costato nulla se non il tempo necessario a leggere qualche pagina: avessimo dovuto pagare quelle pagine, avremmo chiesto i danni al Cardinale Ravasi…) il IX capitolo: Alcohol in America. In uno studio che ha come titolo Wine in the Bible, trovare un simile capitolo fa pensare che al contrario di quanto si tenti di provare nell’opera, qualche bicchiere di troppo l’autore se lo sia fatto, a meno che l’America sia considerata – come del resto taluni fanno – la vera terra promessa. E allora un simile capitolo avrebbe ragione di essere!

Ma un titolo del genere, senza nessuna recensione critica, in uno studio di Ravasi, non pare abbia ragione di esserci, a meno che non si voglia inseguire la moda di quei professoroni che intendono mostrare la loro autorità scientifica con la consistenza delle note e dell’apparato critico, deliziandosi in una foggia di citazioni mentre del loro argomentare rimane ben poco. Non converrebbe essere più moderati, invece di voler abbondare in tal modo da riuscire poi a controllare personalmente ogni titolo citato? Ci si può fidare delle rassegne bibliografiche? Sinceramente dubitiamo che il Ravasi abbia personalmente letto o consultato il saggio che la sua nota indica; sembrerebbe invece aver assunto per buona un’indicazione altrui o la selezione bibliografica curata da altri. Il desiderio di essere ridondanti nelle citazioni talvolta gioca brutti scherzi. Qui ci tocca dare ragione all’esagerato autore americano: la sobrietà sarebbe da apprezzare!


(1) G. Ravasi, Il Cantico dei Cantici. Commento e attualizzazione, Bologna 1992, 152, nota 7.

(2) Ibid., nota 8: «[…] Sul vino vedi S. Bacchiocchi, Wine in the Bible: a biblical study on the use of alcoholic beverages, Berrien Springs (MI) 1989».

Isaia 66 e le “misure” della misericordia: divagazioni estive

Studiare e scrivere di questi tempi non è mai facile: il caldo opprime e le biblioteche hanno già orari ridotti. Tuttavia, con questo post, possiamo rinfrancarci un poco; intendiamo, infatti, tornare sulla prima lettura di domenica 3 luglio, la XIV del tempo Ordinario, secondo il ciclo C del Lezionario: Isaia 66,10-14c. L’immagine ricorrente, si ricorderà, è quella di bambini allattati al seno, saziati e coccolati. La profezia parla poi di un fiume prospero e pieno di acqua, che ridà vigore e freschezza.

Ci dobbiamo fidare della nuova traduzione, presumibilmente più precisa e fedele al testo originale, ma con tutta sincerità alcuni dettagli non ci paiono fra i più riusciti. Vediamo un attimo, per poi passare ad altro,  più interessante.

Versione CEI 2008: Così sarete allattati e vi sazierete al seno delle sue consolazioni; succhierete e vi delizierete al petto della sua gloria (?)… Le vostre ossa saranno rigogliose come l’erba..

Versione CEI 1971: Così succhierete al suo petto e vi sazierete delle sue consolazioni; succhierete, deliziandovi, all’abbondanza del suo seno…. Le vostre ossa saranno rigogliose come erba fresca…

Ci sarebbe da dire che di questi tempi «erba fresca» è un immagine più nitida, rispetto alla più generica «erba» della nuova traduzione, che, ed è più rilevante, teme di qualificare il seno della personificazione femminile di Gerusalemme: la precedente affermava sicura la prosperosità delle mammelle. In effetti, per gli antichi latini, al termine uber, uberis (mammella) era associata l’idea di grande abbondanza, di fertilità e fecondità (ubertas); non era concepito, evidentemente, un seno sterile e non ricco di prezioso latte.

«Deliziarsi al petto della sua gloria»: questa traduzione sarà forse tecnicamente più esatta, ma come liturgisti ci piace sottolineare la fortuna di un’altra espressione, che ci permette di mostrare come per gli antichi gli intrecci fra citazioni e riferimenti alla Scrittura si sovrapponevano con libertà e maestria tale, che per noi risulta difficile tracciarne con precisione la storia.

Facciamo riferimento ad un segmento rituale della riconciliazione dei penitenti secondo il cosiddetto Pontificale di Poitiers, cui avevamo già accennato qui. Quando si devono far rientrare in chiesa i peccatori da riconciliare, il diacono pronuncia alcune frasi, che di fatto sono centonizzazioni e adattamenti della Bibbia, fra i quali il curatore dell’edizione critica del Pontificale riconosce un riferimento ad Isaia: «Et post haec clamat dyaconus: Redite reconciliandi ad sinum matris vestris eternae sapientiae, sugite larga ubera pietatis Dei [cf. Is 66,11]. Entrate portas eius in confessione, atria eius in hymnis confessionum [cf. Sal 99,4]…. (Dopo ciò il diacono esclama: Ritornate, voi che dovete essere riconciliati, nel seno dell’eterna sapienza della vostra madre, succhiate agli abbondanti seni della misericordia di Dio. Varcate le sue porte confessando)…»Il seno era dunque abbondante, grande (larga ubera). 

Da veloci confronti testuali, pare di poter affermare con buona probabilità che di questa espressione se ne possa indicare la paternità; si tratta, per giunta, di un padre «grande» anch’esso: San Gregorio magno! In una delle sue 40 omelie sui vangeli (1) si può infatti leggere:

Contaminati dal peccato dopo le acque battesimali della salvezza, cerchiamo, ciononostante, di rinascere mediante le lacrime  e, seguiamo la parola del Pastore che dice: Come bambini appena nati bramate il latte puro, tornate come tenere creature al seno della vostra madre, che è l’eterna Sapienza; attingete alle fonti abbondanti della compassione di Dio (sugite larga ubera pietatis); piangete le colpe commesse; evitate quelle che potreste compiere ora. Il nostro Redentore consolerà con la gioia eterna le nostre lacrime momentanee.. (Omelia XXV,10).

L’estensore del Pontificale di Poitiers recupera quest’espressione e ne fa un’immagine eloquente per invitare i peccatori a godere della riconciliazione sacramentale, il giovedì santo. Ricordiamo che siamo nel contesto della penitenza solenne, con pubblica esclusione dei peccatori gravemente colpevoli. Eppure, con questo rigore, che noi oggi considereremmo esagerato e scandaloso, coesiste la consapevolezza della grandeconsolante abbondanza della misericordia di Dio, espressa con immagini forti ed esplicite. Molto prima dell’odierno giubileo.


(1) Gregorio Magno, Le Quaranta Omelie sui Vangeli, II, Roma 1994, 325-327.

1 giorno, 2 feste, 3 luoghi, 4 ipotesi: i liturgisti danno i numeri

Ci si perdonerà se torniamo, ormai fuori tempo, sulla festa dei santi Pietro e Paolo. D’altronde, pure in secoli passati, non bastava un giorno per adempiere una così grande ricchezza di ritualità: la messa solenne nella basilica di S. Paolo veniva celebrata la mattina del 30, al termine della veglia che ripeteva quella analoga vissuta dal Papa, dalla corte papale e dalla folla dei fedeli la notte precedente, a San Pietro. Interessante la libertà e il prevalere di un criterio di pratica comodità, per cui si alleggerì il ricchissimo programma liturgico del giorno 29. In effetti, questo dies bifestus (!) prevedeva una liturgia distribuita in tre stazioni, tre luoghi legati strettamente alle memorie e alle reliquie degli Apostoli Pietro e Paolo. Ovviamente, le grandi basiliche di San Pietro e di San Paolo sulla via Ostiense, e – dato assai tradizionale ma di assai più problematica giustificazione, per i nostri occhi moderni – la Basilica Apostolorum (1), sulla via Appia, più tardi intitolata a san Sebastiano, e così a noi nota. Al pellegrinaggio a questi tre luoghi si riferisce con tutta probabilità la VII strofa dell’Inno Apostolorum passio, di cui abbiamo detto qualcosa nel post precedente.

Tantae per urbis ambitum / stipata tendunt agmina: / trinis celebratur viis / festum sacrorum martyrum (Folle stipate procedevano facendo il giro di sì rinomata città; in tre vie si celebra la festa dei santi martiri)

Testimonianze liturgiche, storiche, archeologiche e letterarie si intrecciano a formare un quadro che solo a grandi linee si può ricostruire. Se cercassimo una precisione sicura e certa di un rituale attestato e costante, rimarremmo inevitabilmente frustrati. Le fonti testimoniano una ricchezza lussureggiante di uffici e orazioni, di riti stazionali e di devozioni popolari: assai arduo incasellarli in uno schema rigido, valido per diverso tempo. Chi affermasse di poter descrivere, per questa festa, l’uso romano antico, dovrebbe di certo specificare di quale secolo stia parlando, e di quale fonte si serva per giustificare quanto afferma, tanto fluidi appaiono i dati.

Vale la pena soffermarsi un momento in più sulla memoria degli Apostoli sulla via Appia, per riportare in un sunto veloce e semplificato, quanto è stato raccolto in un saggio, ancora oggi molto interessante, seppur datato:

978887652321

In effetti, il culto liturgico legato a Pietro e Paolo è per gli archeologi e gli storici un vera e propria crux da interpretare: la basilica precedente a quella dedicata poi a san Sebastiano ha custodito veramente o no le spoglie degli Apostoli? Le varie ipotesi possono essere schematizzate in 4 teorie: a) Pietro venne inizialmente sepolto nelle catacombe dell’Appia, e successivamente le spoglie vennero traslate presso il luogo del suo martirio; b) (probabilmente la più accreditata e plausibile, pur con qualche lato oscuro da chiarire) Pietro venne sepolto al Vaticano, ma nel 258 le sue reliquie vennero trasferite nelle catacombe, per poi di nuovo essere traslate dove poi Costantino costruì la basilica. La ragione della traslazione sarebbe la persecuzione di Valeriano, negli anni 257-8, durante la quale i cristiani non poterono più recarsi nei cimiteri. Il culto Ad catacumbas si attesta in effetti nella seconda metà del terzo secolo. Terminata la persecuzione, Gallieno restituì i cimiteri sequestrati, e le reliquie di Pietro tornarono nella necropoli vaticana. Il culto sull’Appia tuttavia continuò, nonostante che le reliquie non vi fossero più; c) le spoglie degli Apostoli non sarebbero mai state nelle catacombe, tuttavia a causa della persecuzione suddetta, i cristiani – impossibilitati a recarsi al Vaticano e sull’Ostiense per venerare le tombe – trovarono un luogo dove comunque riunirsi per celebrare il culto dei due martiri Pietro e Paolo; d) presso le catacombe non vi fu mai la tomba degli Apostoli, quanto piuttosto la memoria ricordava una loro permanenza in vita, in un’abitazione della zona.

Tutte le 4 ipotesi hanno il loro punto debole.

Ma non spaventi tale vicenda intricata: ci sono degli aspetti interessanti da cogliere anche in un ginepraio simile, e se forse ci fa difficoltà avere delle questioni aperte ed in sospeso, il tesoro esuberante della liturgia della Chiesa ci offre spunti e dettagli ricchissimi. Da gustare in una sinfonia che pervade i tempi e gli spazi, più che incasellare in un ipotetico modello esemplare. Finalmente, lo diciamo: preferiamo questa lussureggiante ridda di dati, che testimoniano una vitale e fecondissima creatività, ad una rigida e precisa descrizione sistematica.


(1) IMG_0127

Volente “e” nolente: Pietro alla fine vittorioso

In questo giorno di festa, forse appesantiti oltremodo dalla calura romana, ci permettiamo di offrire alcune considerazioni a partire da una strofa di un antico inno presente nell’odierna liturgia, ma pesantemente rimaneggiato. Ci soffermeremo appunto su di una strofa omessa nel Salterio attuale, la prima delle due mancanti, appartenente all’Inno delle Lodi per l’Ufficiatura dei santi Pietro e Paolo, Apostolorum passio (proposto come alternativa facoltativa all’inno italiano). Senza discutere qui sull’attribuzione e sulla storia di questa composizione, ci sembra più intrigante – ma lo ripetiamo, non è da escludere che la pesantezza dell’estate abbia influito sui pensieri – sottolineare alcuni aspetti stilistici e di contenuto: ci piace tanto come questo testo sia riuscito a trasmettere, insieme ad altri aspetti, intere frasi e episodi biblici nella precisa metrica della poetica liturgica. Ecco il testo, in seguito una piccola osservazione:

Apostolórum passio / diem sacrávit sæculi, / Petri triúmphum nóbilem, / Pauli corónam præferens. (La passione degli Apostoli consacrò questo giorno nella durata dei tempi, presentando il nobile trionfo di Pietro e la corona di Paolo)

Coniúnxit æquáles viros /  cruor triumphális necis; / Deum secútos præsulem / Christi coronávit fides. (Congiunse i due uomini, parimenti valorosi, il sangue di una morte trionfale; li coronò la fede di Cristo per avere seguito Dio come guida)

Primus Petrus apóstolus; / nec Paulus impar grátia, / electiónis vas sacræ / Petri adæquávit fidem  (Pietro è il primo degli Apostoli, ma Paolo non gli è da meno per grazia: vaso sacro di  elezione eguagliò la fede di Pietro)

Verso crucis vestígio / Simon, honórem dans Deo, / suspénsus ascéndit, dati / non ímmemor oráculi (Simone, in segno di riverenza verso Dio, fu appeso a una croce capovolta, memore della profezia che gli era stata fatta)

[Praecinctus, ut dictum est, senex / et elevatus ab altero / quo nollet ivit, sed volens / mortem subegit asperam] (Cinto, secondo il detto, vecchio e innalzato da un altro andò dove non voleva; ma poiché vi andò liberamente, assoggettò la morte crudele)

Hinc Roma celsum vérticem / devotiónis éxtulit, / fundáta tali sánguine / et vate tanto nóbilis (Donde, l’eccelsa vetta della devozione fece conoscere Roma, fondata su un sangue tanto prezioso e su un vate così illustre)

[Tantae per urbis ambitum / stipata tendunt agmina: / trinis celebratur viis / festum sacrorum martyrum] (Folle stipate procedevano facendo il giro di sì rinomata città; in tre vie si celebra la festa dei santi martiri)

Huc ire quis mundum putet, / concúrrere plebem poli: / elécta géntium caput, / sedes magístri géntium (Si potrebbe pensare che tutta la gente converga qui, e anche la popolazione dei cielo; la capitale delle genti è eletta a sede del maestro della genti)

[Horum, Redémptor, quæsumus, / ut príncipum consórtio / iungas precántes sérvulos / in sempitérna sæcula. Amen.]

Dicevamo della prima strofa delle due omesse: ci sembra un vero peccato che la liturgia non l’abbia conservata: in 4 versi c’è tutta la profezia che Cristo fa a Pietro sul lago di Galilea, e che il capitolo 21 di Giovanni ci riporta. L’autore dell’inno riesce a rendere esplicito e vivido il cammino “drammatico” dell’Apostolo, che ripercorre e imita la passione e la morte di Cristo, che – come Lui – affronta liberamente. Siamo di fronte al motivo teologico della morte volontaria, la quale, proprio perché è affrontata per amore, è assoggettata e vinta. Degno di nota è come la vicenda interiore di Pietro è espressa: non vuole, ma alla fine vuole, «quo nollet ivit, sed volens». Può darsi che vi sia un riferimento anche alla vicenda leggendaria del Quo vadis: Pietro, convinto a lasciare l’Urbe per scampare la persecuzione, incontra il Maestro che – invece – stava per entrare in città e, «resosi conto che Cristo doveva nuovamente subire la crocifissione nel servo, tornò indietro di sua spontanea volontà (sponte remeavit)».

Quindi il suo non fu un martirio subito volente o nolente, come si usa dire nell’espressione italiana, ma nolente prima e volente poi; ancor più interessante il fatto che nell’inno sembra che la successione temporale sia sfumata: non voleva ma volle. Nolente volente!

Infine, per una ben più seria e approfondita analisi del nostro Inno, rimandiamo qui.

Un Natan da scoprire per un sacramento (ancora) da riscoprire

…se l’accusatore era mosso dall’amore nella sua azione, cioè dal desiderio del bene altrui e di una comunione nella reciproca verità, quando si trova di fronte alla dichiarazione che attesta questa verità e alla domanda di ristabilire la comunione, egli può rivelarsi, senza ambiguità, nella sua dimensione di perdono. Se egli perdonasse senza accusare, assomiglierebbe a colui che è connivente col male; se perdonasse senza confessione della colpa, promuoverebbe una relazione senza coscienza della verità; e se perdonasse senza richiesta, la comunione sarebbe imperfetta, perché non doluta da entrambe le parti.

P. Bovati, Ristabilire la giustizia. Procedure, vocabolario, orientamenti (Analecta Biblica 110), Roma 1997, 113.

La pericope liturgica della prima lettura di domenica scorsa, XI domenica del tempo Ordinario, (2Sam 12,7-10.13) così come è stata delimitata e composta, potrebbe suscitare alcune perplessità. Infatti, nel testo selezionato per la proclamazione liturgica, la lunga e pesante requisitoria di Natan pare assai poco proporzionata alle cinque parole di pentimento del re Davide, a cui segue la sorprendente e inaspettata – con quelle premesse! – dichiarazione di perdono, che il profeta pronuncia a nome del Signore. La denuncia per l’ingratitudine, la poca considerazione dei benefici ricevuti e la stupida malvagità di Davide motivano le conseguenze annunciategli da Natan: l’abbandono da parte del Signore, che lo aveva invece eletto, e la minaccia della spada sempre incombente. Una condanna senza speranza; eppure il tono minaccioso e di condanna viene poi sfumato dall’umile confessione del re e dall’immediata assicurazione di perdono.

Parrebbe davvero facile la misericordia! Forse pure troppo superficiale e banale la questione. Una lettura più estesa della pagina biblica ci mostra che la serietà del pentimento di Davide è molto profonda e radicata e che le conseguenze del crimine del re si faranno sentire, storicamente ed esistenzialmente, ancora per molto: non si tratta dunque di un colpo di spugna. E, nemmeno, il profeta Natan non si reca da Davide per pronunciare un vuoto ed ipocrita fervorino moralista, che ben presto cede il passo ad una misericordia facile facile e ad un perdono scontato e, tutto sommato, banale. E’ invece tutto molto serio e storico. Aiuterebbe certo la comprensione la lettura integrale di tutta la vicenda narrata nel libro di Samuele, ma ancora di più sarebbe utile inserirla nello sfondo del rîb, quella particolare procedura che nella Scrittura è stata usata per articolare la questione problematica del ristabilimento della giustizia. Natan ci si rivelerebbe per quel profeta che é, inviato da Dio con una missione precisa, che usa parole non a caso e che, soprattutto, si muove per amore, anche quando deve correggere, rimproverare e minacciare: la prova è appunto l’immediata dichiarazione di perdono successiva alla confessione sincera di Davide.

La citazione iniziale, in questo senso, era doverosa: al biblista Bovati e ai suoi giovani discepoli (1) dobbiamo una rinnovata prospettiva, che si rivela davvero interessante e feconda a proposito del sacramento della confessione, o riconciliazione – come dir si voglia -; anche nelle odierne discussioni ecclesiali, non guasterebbe affatto un pochino di sapienza biblica, per evitare che in nome di una presunta pastoralità si rischi di uscire dai binari della Rivelazione.

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(1) Ne abbiamo già parlato qui e nei post segnalati in codesto.