Nessun nome, ma molti aggettivi

Il Messale romano italiano, nella proposta (facoltativa!, quindi da verificare volta per volta) delle collette per le domeniche e solennità, intende offrire testi più direttamente ispirati alla Scrittura del Lezionario relativo, secondo il triplice schema, anno A, B o C. Nel caso della colletta per la prossima Domenica (XXVI, anno C), il testo appare assai inconsueto e particolare. In esso sono riprese alcune espressioni piuttosto forti della Liturgia della Parola – «poni fine all’orgia degli spensierati »: generalmente, nell’eucologia di questa sezione le immagini sono piuttosto sfumate, se non – talvolta – edulcorate. In questo caso, al contrario, vengono riportate in forma di un’insolita preghiera – potremmo dire quasi una preghiera imprecatoria: «stabilisci con giustizia la sorte di tutti gli oppressi, poni fine all’orgia degli spensierati». Ma quello che risalta maggiormente sono i due stichi precedenti: sia dal punto di vista sintattico sia dal punto di vista del contenuto, si potrebbe avere qualcosa da osservare. Se dal punto di vista linguistico e stilistico non siamo del tutto competenti, e quindi non siamo in grado di affermare conclusioni e giudizi definitivi, permettendoci di segnalare solamente le nostre perplessità, dal punto di vista del contenuto ci pare più fondata la nostra obiezione.

Iniziamo con l’aspetto stilistico. L’ampliamento dell’invocazione (O Dio, tu….) pare qui un poco complicato, costruito su di un contrasto (tu chiami…mentre…), che però rimane poi sospeso. Generalmente l’ampliamento è una semplice proposizione relativa oppure due proposizioni relative coordinate, come pure frasi assertive e anamnetiche (come ad esempio la prima del nostro caso: «O Dio, tu chiami per nome i tuoi poveri», con evidente riferimento al testo evangelico «Un mendicante, di nome Lazzaro…», anche se – volendo essere rigorosi – Lazzaro non viene mai «chiamato»! Il suo nome è citato 4 volte, ma mai in discorso diretto. Il secondo stico, costruito con una proposizione avversativa, invece di facilitare il passaggio all’epiclesi, alla domanda vera e propria (nel nostro caso quel poni fine…), rimane collegata, anche sintatticamente, alla prima proposizione, che infatti regge la seconda. Insomma, il discorso non scivola via facilmente e armoniosamente.

E il contenuto? Dal punto di vista della verità, esso è indiscutibile. Il ricco non ha nome. Ma  quest’idea è un’astrazione, non sta letteralmente nel testo evangelico. La colletta non è più dunque una centonizzazione della Parola, né ad essa è materialmente ispirata. Il testo eucologico assume invece un’idea, una riflessione che pare avere il genere letterario della pia considerazione, del fervorino spirituale. Più che eucologia sembra già un omelia…, dai toni forse riduttivamente sociologici e classisti: il dramma del vangelo non sembra sia l’essere povero o ricco, ma l’essere chiusi al prossimo, sì ma non solo: essere chiusi a Dio, alla sua Parola e alla sua visita nella storia, che determinerà la chiusura nell’eternità.

Noi non lo possiamo fare nei prossimi giorni, ma sarebbe interessante poter consultare due articoli, entrambi sul numero (esaurito!) 22 di Rivista di Pastorale liturgica:

  • P. Visentin, «Dall’ascolto alla preghiera: la nuova serie di preghiere domenicali», RPL 22 (1984) 39-47.
  • L. Gherardi, «Il linguaggio delle nuove orazioni», RPL 22 (1984) 48-52.

Chissà se qualche lettore benintenzionato non voglia intanto approfondire ed offrirci il suo punto di vista!

Per finire, riprendendo alcune espressioni delle Letture bibliche, possiamo affermare che se Epulone, ebbene sì, non sia nominato con il suo nome personale e proprio, la Scrittura tuttavia ci offre alcune indicazioni aggettivali, oltre alla descrizione che ne fa Luca: spensierato,  buontempone (come diceva la vecchia traduzione del testo di Amos), scioperato, dissoluto. E di esso conosciamo il guardaroba, porpora e bisso, che nel frattempo è diventato lino finissimo..

Il rituale della Penitenza: curiosità, contraddizioni (e soluzioni?)

Nella ricerca in archivio, anche pagine spurie e apparentemente di non primissima importanza, possono comunque offrire dettagli interessanti e preziosi, che giustificano la fatica di ore ed ore di ricerca: dalle pagine ingiallite e raccolte alla meno peggio possono scaturire considerazioni e riflessioni inaspettate, in modo particolare se si possono incrociare e confrontare con altri dati e documenti.

Vediamo allora di mettere in relazioni due pagine di genere, contesto e data del tutto diversi, ma con lo stesso oggetto: il rituale della penitenza riformato dopo il Vaticano II.

Il primo documento si tratta di una lettera riservata di Bugnini a Jounel, che abbiamo trovato appunto fra le carte del liturgista francese. Si tratta di una comunicazione passata a tutti i componenti della commissione che stava preparando il nuovo rituale della Penitenza – di cui mons. Pierre Jounel era parte attivissima, per metterli a parte di novità interessanti e, diciamo noi, per gratificarli un poco, dopo un lavoro difficile e delicato. Ecco il testo, per ciò che ci interessa ora:

Roma, 6 agosto 1973

Al gruppo di studio dell’«Ordo Paenitentiae»

Carissimi,

nell’Udienza concessami il 3 agosto u.s., il Papa mi ha parlato dell’Ordo Paenitentiae. Prima di tutto il Papa ha tenuto a sottolineare che lo schema gli è piaciuto moltissimo per la dottrina sicura, la cultura ampia che manifesta, la spiritualità molto accentuata, la profondità della ricerca. «Fa onore al Dicastero e alla Santa Sede» – ha detto. Ha poi consegnato e commentato al Segretario alcuni suoi appunti personali. […] Poiché alcuni ritocchi sono necessari (il Papa mi ha dato una lista di Sue osservazioni), vale la pena di rimandare un po’ la pubblicazione, ma limare ancora il bellissimo lavoro che avrà una incidenza formidabile sulla vita della Chiesa. […] Per la seconda volta, poi, mi ha fatto elogi del lavoro e mi ha detto: desidero che comunichi i miei voti e la mia particolare benedizione e il mio plauso a quanti vi hanno lavorato.

Poi ha voluto sapere i nomi di quelli che vi hanno lavorato: è stata la prima volta che il Papa mi ha chiesto i nominativi di un gruppo.

Tanto ho creduto bene di comunicarvi, per conforto e speranza. In autunno si terrà un’adunanza del gruppo. Saluti cordialissimi. (1)

 

Proviamo a confrontare tale documento con un articolo apparso nel 2010 in un fascicolo di Rivista di pastorale liturgica dedicato integralmente al sacramento della penitenza e alla sua pastorale:

  1. «La confessione è finita»

Così titolava un articolo apparso su Repubblica del 19 giugno 2009 a firma di Jenner Meletti, una notizia accolta subito con una certa soddisfazione dagli ambienti laicisti.

A parte il titolo a effetto, è una constatazione semplice, eppure incontrovertibile, che tanto la pratica quanto la comprensione del sacramento della Penitenza siano nella chiesa di oggi piuttosto in crisi. La riforma annunciata a suo tempo dal Vaticano II e attuata con la pubblicazione del Rito della Penitenza non è stata in grado di ravvivare l’interpretazione teologica e la prassi di questo sacramento.

(G. Venturi, «Dove stiamo andando?», Rivista di pastorale liturgica  4/2010, 32 (2)

Come si vede, l’assai favorevole apprezzamento del nuovo rituale da parte di Paolo VI e i suoi auspici positivi paiono essere del tutto smentiti dalla prassi successiva.

Cosa pensare di fronte a questa apparente contraddizione? Paolo VI in questo non fu davvero un buon profeta e gli esperti che si adoperarono per la riforma rituale della penitenza mancarono del tutto il loro obiettivo? La difficoltà e la stanchezza in cui giace la prassi celebrativa del quarto sacramento sono ai più evidenti, al di là dei titoli dei giornali (3): non è paradossale che proprio l’unico rituale che secondo il segretario del Consilium ad exsequendam Constitutionem de sacra Liturgia – lui che seguì l’intera opera di riforma post-conciciliare – fu in tal modo apprezzato e lodato dal Pontefice, alla prova della prassi si sia rivelato quello dall’attuazione pratica più fallimentare?

La sintesi, ci pare, può essere trovata nel riconoscere che alcuni principi fondamentali del rituale non furono – e non lo sono tuttora! – compresi e recepiti. Oltre alla sterile lamentela o all’ormai ripetitiva richiesta di ulteriore riforma del rituale, sembra più saggio ritornare a studiare sul serio quanto Bugnini e Jounel avevano fra le mani, nell’agosto del 1973…

A tale argomento abbiamo dedicato diversi post e, come sapranno i lettori più attenti, la ricerca dottorale. Rimandiamo pertanto a tali pagine, senza appesantire oltremodo la presente. Prossimamente, invece, ci soffermeremo su altri aspetti presenti nella lettera  di Bugnini citata più sopra.


(1) Sacra Congregatio pro Culto Divino, Corrispondenza Bugnini – Jounel, Lettera riservata (prot. n. 1127/73): Fondo Jounel, Archivio del Centre National de Pastorale Liturgique (Parigi); tale era l’ubicazione del fondo all’epoca della nostra consultazione. In questi ultimi anni la documentazione è stata riversata presso il Centre National des Archives de l’Église de France, Issy-Les-Moulineaux, Paris.

(2) Cf. qui.

(3) Cf. il recente libretto di Aldo Maria Valli, C’era una volta la Confessione. Inchiesta su un sacramento in crisi, Milano 2016.

Eucologia: echi biblici a distanza

Non è necessario essere specialisti né eruditi, è sufficiente un poco di attenzione e di sensi allenati per poter cogliere il mirabile intreccio di cui è composta la liturgia, nei suoi testi e nei suoi contesti.

Due domeniche fa (XIX dom. del tempo ordinario) il testo del Vangelo riportava, fra l’altro, una frase del Signore Gesù facile da ricordare: «Dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore» (Lc 12,34). A distanza di 15 giorni, la liturgia ce ne ripropone l’eco, trasformato in preghiera: «fra le vicende del mondo là siano fissi i nostri cuori dove è la vera gioia» (XXI domenica del tempo ordinario, Colletta). In latino i richiami sono ancora più evidenti ed espliciti:

ubi enim thesaurus vester est ibi enim et cor vestrum erit

ibi nostra fixa sint corda, ubi vera sunt gaudia

Anche il sintagma precedente della Colletta si collega in modo sorprendente al testo evangelico: quel «fra le vicende del mondo» italiano rende il latino «inter mundanas varietates», che può significare, oltre all’alternarsi delle vicissitudini dell’esistenza con il suo portato di differenti stati e condizioni, proprio la volubilità e l’instabilità; insomma un’insicurezza fluida e variabile, che trova esemplificazioni simboliche interessantissime nel testo di Luca, che ci parla di ladri che potrebbero arrivare e tarli che potrebbero consumare. Sorprende l’attualità di simili tematiche, oggi che in modo tragicamente nuovo sperimentiamo la volubilità delle ricchezze finanziarie e l’instabilità della congiuntura economica. Ancora una volta, l’accostamento fra Bibbia e Liturgia dimostra la feconda ricchezza di un metodo che valorizza l’una e l’altra e ne lascia scoprire la sorprendente vitalità e attualità!

Può la pericope evangelica “correggere” l’eucologia? Semplici note su un caso di studio (II).

Già abbiamo scritto intorno alla colletta della XVII domenica del tempo Ordinario (cf. qui e, indirettamente qui), eppure anche nello schema C del Lezionario domenicale riscontriamo il fenomeno analogo e, secondo il nostro punto di vista, curioso, che avevamo intravisto l’anno scorso: la pagina evangelica potrebbe venire in aiuto per correggere un’evidente sbavatura nella traduzione della preghiera Colletta.

O Dio, nostra forza e nostra speranza, senza di te nulla esiste di valido e di santo; effondi su di noi la tua misericordia perché, da te sorretti e guidati, usiamo saggiamente dei beni terreni nella continua ricerca dei beni eterni [Protector in te sperantium, Deus, sine quo nihil est validum, nihil sanctum multipla super nos misericordia tua, ut, rector, te duce, sic bonus transeuntibus nunc utamur, ut iam possimus inhaerere mansuris]

La parafrasi «nella continua ricerca dei beni eterni» può apparire consona ai tempi moderni, dove nulla sembra più statico e definitivo, tempi in cui il camminare, l’essere in cammino e il «fare strada» è divenuto un «tema teologico». L’inquietudine della ricerca è certamente un fattore positivo, non si discute! Ma non è questa la dimensione esistenziale che risulta dal testo originale della preghiera, inhaerere mansuris.

La lingua italiana potrebbe offrire la derivazione etimologia diretta dei lessemi inerire, inerenza, inerente, con le loro declinazioni e sinonimi, per significare appartenenza, attinenza, adesione, attaccamento. Ma c’è molto di più, e con maggior spessore teologico, nell’affermare la possibilità di essere partecipi, già da ora anche se non ancora completamente, delle realtà eterne.

La liturgia della Parola ci aiuta a ricentrare questa «continua ricerca»: non si tratta di una tensione dinamica perpetua perché sterile né affanno inconcludente perché destinato ad essere frustrato. L’esito della ricerca è assicurato: chi cerca, trova; a chi bussa, sarà aperto. Questa è la certezza della fede, al di là delle nostre debolezze e ambiguità. Una angoscia può essere santa ed un anelito benedetto, ma diventerebbero entrambi una maledizione se non avessero un fine e, finalmente, una fine. Se il destinatario della nostra preghiera è Dio, se la nostra ricerca è quarere Deum, la fatica avventurosa del domandare non sarà inane.

Lo Spirito Santo ci è già stato dato: non rimane che appropriarsi personalmente e sempre di nuovo, continuamente, è vero, di tale dono buono.

Come post scriptum possiamo aggiungere la traduzione in lingua inglese della preghiera in questione; il primo testo è la versione ICEL del 1973: God our Father and protector,
 without you nothing is holy,
 nothing has value.
 Guide us to everlasting life
 by helping us to use wisely 
the blessings you have given to the world. Nel 2011 è stata approvata la seguente versione:  O God, protector of those who hope in you, without whom nothing has firm foundation, nothing is holy, bestow in abundance your mercy upon us and grant that, with you as our ruler and guide, we may use the good things that pass in such a way as to hold fast even now to those that ever endure. Il nuovo Messale italiano sarà capace di rivedere con analoga radicalità quanto si è dimostrato del tutto impreciso? Speriamo che la ricerca e l’attesa della nuova versione non sia perenne, ma che presto possa trovare esito felice. Ma i tempi della Congregazione per il Culto non sono i tempi di Dio!

Quando poca, quando troppa. La sobrietà

Per tentare di rendere un pochino più fondato il post che poi abbiamo pubblicato sulle “misure” della misericordia (cf. qui), avevamo dato un’occhiata alle occorrenze, nella Sacra Scrittura, del termine uber, uberis. L’attenzione si era fermata su un versetto del Cantico dei Cantici (1,3): memores uberum tuorum super vinum. C’era qualcosa che non tornava! In effetti, la traduzione italiana è ben diversa: ricorderemo i tuoi amori più del vino. Incuriositi, consultiamo il famoso commento al Cantico dei Cantici di Gianfranco Ravasi, che si dimostra preciso e puntuale in una nota esplicativa:

E’ ormai famosa la resa di dodêka da parte dei LXX e della Vg. con «tuoi seni» (mastoi e ubera), dovuta probabilmente alla confusione con dad, «seno, mammella», confusione ripetuta in 1,4; 4,10 (bis) e 7,13, forse anche sa influsso di Pr 5,19 ove «amore» è in paralleli a «seno» (cf. Pr 7,18). Nel Ct «seno» è espresso col vocabolo šad (1,13…). Non è escluso anche l’influsso della rilettura allegorica: «Tu succhierai il latte dei popoli, succhierai le ricchezze dei re», si dice di Sion in Is 60,16. E in Is 66,11 si continua: «Così succhierete al suo petto e vi sazierete delle sue consolazioni, succhierete, deliziandovi, all’abbondanza del suo seno». (1)

Se questa nota si concentra sulla prima parte del versetto, risolvendo la questione della diversa traduzione, la successiva invece è più generica nell’indicare qualche titolo bibliografico sul secondo termine simbolico dell’espressione: il vino.

Confortati dall’autorità di Ravasi, supponiamo che i titoli citati in nota siano il meglio della produzione scientifica a riguardo. I lavori dell’allora Prefetto della Biblioteca Ambrosiana in effetti si contraddistinguono, fra l’altro, per l’elevato numero e la corposa sostanza di note e di bibliografia citata: un sapere enciclopedico che a ragione viene mostrato.

Tuttavia, a nostro modesto parere – limitato a questo piccolo esempio – un pochino di sobrietà non avrebbe guastato! E’ opportuno citare come monografia sul vino nella Sacra Scrittura uno studio di un proibizionista americano, il cui scopo, neanche troppo celato, è mostrare la dannosità delle bevande alcoliche e dimostrare che la Bibbia esorta all’astinenza e alla totale sobrietà (2)? Ma questo l’abbiamo scoperto solo dopo.

Fortunatamente, nel tentare di vedere se tale volume fosse stato ordinabile on line, ci siamo accorti di una versione pdf scaricabile. Così abbiamo potuto dare uno sguardo, sempre più allibiti, a questo millantato studio risolutivo sulla questione del vino nella Bibbia. Davvero originale e simpatico (simpatico, perché non ci è costato nulla se non il tempo necessario a leggere qualche pagina: avessimo dovuto pagare quelle pagine, avremmo chiesto i danni al Cardinale Ravasi…) il IX capitolo: Alcohol in America. In uno studio che ha come titolo Wine in the Bible, trovare un simile capitolo fa pensare che al contrario di quanto si tenti di provare nell’opera, qualche bicchiere di troppo l’autore se lo sia fatto, a meno che l’America sia considerata – come del resto taluni fanno – la vera terra promessa. E allora un simile capitolo avrebbe ragione di essere!

Ma un titolo del genere, senza nessuna recensione critica, in uno studio di Ravasi, non pare abbia ragione di esserci, a meno che non si voglia inseguire la moda di quei professoroni che intendono mostrare la loro autorità scientifica con la consistenza delle note e dell’apparato critico, deliziandosi in una foggia di citazioni mentre del loro argomentare rimane ben poco. Non converrebbe essere più moderati, invece di voler abbondare in tal modo da riuscire poi a controllare personalmente ogni titolo citato? Ci si può fidare delle rassegne bibliografiche? Sinceramente dubitiamo che il Ravasi abbia personalmente letto o consultato il saggio che la sua nota indica; sembrerebbe invece aver assunto per buona un’indicazione altrui o la selezione bibliografica curata da altri. Il desiderio di essere ridondanti nelle citazioni talvolta gioca brutti scherzi. Qui ci tocca dare ragione all’esagerato autore americano: la sobrietà sarebbe da apprezzare!


(1) G. Ravasi, Il Cantico dei Cantici. Commento e attualizzazione, Bologna 1992, 152, nota 7.

(2) Ibid., nota 8: «[…] Sul vino vedi S. Bacchiocchi, Wine in the Bible: a biblical study on the use of alcoholic beverages, Berrien Springs (MI) 1989».

Isaia 66 e le “misure” della misericordia: divagazioni estive

Studiare e scrivere di questi tempi non è mai facile: il caldo opprime e le biblioteche hanno già orari ridotti. Tuttavia, con questo post, possiamo rinfrancarci un poco; intendiamo, infatti, tornare sulla prima lettura di domenica 3 luglio, la XIV del tempo Ordinario, secondo il ciclo C del Lezionario: Isaia 66,10-14c. L’immagine ricorrente, si ricorderà, è quella di bambini allattati al seno, saziati e coccolati. La profezia parla poi di un fiume prospero e pieno di acqua, che ridà vigore e freschezza.

Ci dobbiamo fidare della nuova traduzione, presumibilmente più precisa e fedele al testo originale, ma con tutta sincerità alcuni dettagli non ci paiono fra i più riusciti. Vediamo un attimo, per poi passare ad altro,  più interessante.

Versione CEI 2008: Così sarete allattati e vi sazierete al seno delle sue consolazioni; succhierete e vi delizierete al petto della sua gloria (?)… Le vostre ossa saranno rigogliose come l’erba..

Versione CEI 1971: Così succhierete al suo petto e vi sazierete delle sue consolazioni; succhierete, deliziandovi, all’abbondanza del suo seno…. Le vostre ossa saranno rigogliose come erba fresca…

Ci sarebbe da dire che di questi tempi «erba fresca» è un immagine più nitida, rispetto alla più generica «erba» della nuova traduzione, che, ed è più rilevante, teme di qualificare il seno della personificazione femminile di Gerusalemme: la precedente affermava sicura la prosperosità delle mammelle. In effetti, per gli antichi latini, al termine uber, uberis (mammella) era associata l’idea di grande abbondanza, di fertilità e fecondità (ubertas); non era concepito, evidentemente, un seno sterile e non ricco di prezioso latte.

«Deliziarsi al petto della sua gloria»: questa traduzione sarà forse tecnicamente più esatta, ma come liturgisti ci piace sottolineare la fortuna di un’altra espressione, che ci permette di mostrare come per gli antichi gli intrecci fra citazioni e riferimenti alla Scrittura si sovrapponevano con libertà e maestria tale, che per noi risulta difficile tracciarne con precisione la storia.

Facciamo riferimento ad un segmento rituale della riconciliazione dei penitenti secondo il cosiddetto Pontificale di Poitiers, cui avevamo già accennato qui. Quando si devono far rientrare in chiesa i peccatori da riconciliare, il diacono pronuncia alcune frasi, che di fatto sono centonizzazioni e adattamenti della Bibbia, fra i quali il curatore dell’edizione critica del Pontificale riconosce un riferimento ad Isaia: «Et post haec clamat dyaconus: Redite reconciliandi ad sinum matris vestris eternae sapientiae, sugite larga ubera pietatis Dei [cf. Is 66,11]. Entrate portas eius in confessione, atria eius in hymnis confessionum [cf. Sal 99,4]…. (Dopo ciò il diacono esclama: Ritornate, voi che dovete essere riconciliati, nel seno dell’eterna sapienza della vostra madre, succhiate agli abbondanti seni della misericordia di Dio. Varcate le sue porte confessando)…»Il seno era dunque abbondante, grande (larga ubera). 

Da veloci confronti testuali, pare di poter affermare con buona probabilità che di questa espressione se ne possa indicare la paternità; si tratta, per giunta, di un padre «grande» anch’esso: San Gregorio magno! In una delle sue 40 omelie sui vangeli (1) si può infatti leggere:

Contaminati dal peccato dopo le acque battesimali della salvezza, cerchiamo, ciononostante, di rinascere mediante le lacrime  e, seguiamo la parola del Pastore che dice: Come bambini appena nati bramate il latte puro, tornate come tenere creature al seno della vostra madre, che è l’eterna Sapienza; attingete alle fonti abbondanti della compassione di Dio (sugite larga ubera pietatis); piangete le colpe commesse; evitate quelle che potreste compiere ora. Il nostro Redentore consolerà con la gioia eterna le nostre lacrime momentanee.. (Omelia XXV,10).

L’estensore del Pontificale di Poitiers recupera quest’espressione e ne fa un’immagine eloquente per invitare i peccatori a godere della riconciliazione sacramentale, il giovedì santo. Ricordiamo che siamo nel contesto della penitenza solenne, con pubblica esclusione dei peccatori gravemente colpevoli. Eppure, con questo rigore, che noi oggi considereremmo esagerato e scandaloso, coesiste la consapevolezza della grandeconsolante abbondanza della misericordia di Dio, espressa con immagini forti ed esplicite. Molto prima dell’odierno giubileo.


(1) Gregorio Magno, Le Quaranta Omelie sui Vangeli, II, Roma 1994, 325-327.